Tano Tango Festival
Categoria Copertina, Società
Che cosa succede quando la cultura argentina caliente e solare si sposa con quella partenopea e con la sua intramontabile canzone classica? La risposta può venire dal Tano Tango Festival, a Napoli dal 31 agosto al 5 settembre. Il Festival giunto alla sua ottava edizione è un appuntamento fisso per gli amanti del tango argentino o per quelli che semplicemente sono incuriositi dalla cultura argentina. Un gemellaggio tra Napoli e Buenos Aires che si evince anche dal nome del Festival, non a caso l’appellativo “Tano”, contrazione di napoletano, è ancora usato in Argentina per indicare tutti gli immigrati di origine italiana. Un programma fitto di eventi a cominciare dalla serata inaugurale per cui è stata scelta come location il pontile dell’area nord di Bagnoli, una serata in cui sono stati presentati tutti i maestri del festival che hanno danzato a 1200 metri dalla riva circondati dal mare e incorniciati dalla luce del tramonto. In queste sere la frenesia e la sensualità del tango impazzerà tra le strade di Napoli, non a caso alcune delle serate ad ingresso libero avranno come cornici il Roof Terrace ‘Le Grand Bleu’ Hotel Mediterraneo ed il Palazzo Reale ma anche il Circolo Ilva di Bagnoli che vanta una splendida terrazza sul mare e che da sempre è sede di una delle serate. Si ballerà fino all’alba con l’accompagnamento del quartetto di Esteban Morgado, uno dei migliori chitarristi di tango al mondo, ma anche con le sonorità di “Willy” Della Corte e tanti altri “Musicalizador”. Gli spettatori potranno ammirare le eccezionali esibizioni di alcune delle coppie di tango argentino più famose al mondo, come Alejandra Mantiñan e Horacio Godoy, oppure la coppia “Los Hermanos Macanà“, e ancora Lorena Ermocida e Fabian Peralta, ma potranno anche muovere i loro “primi passi” con le lezioni di tango a basso costo messe a disposizione dal festival e tenute dai maestri della Miloga Porteña nella sua sede di Fuorigrotta.
Tornare per partire
Categoria Arte, Copertina
Se le vacanze sono finite troppo presto e la voglia di viaggiare, la nostalgia dei posti visitati e delle esperienze vissute non ci lasciano pace, allora forse “Tornare per viaggiare”, ovvero “The Horizon line is here” è la mostra che fa per noi. La collettiva che ha come tema il viaggio è in mostra alla Galleria Umberto di Marino Arte Contemporanea (Via Alabardieri, quartiere di Chiaia), fino al 10 settembre 2010, a cura di Lorenzo Bruni, con opere di: Elena Bajo, Ulla von Brandeburg, Runo Lagomarsino, Pedro Neves Marques e Andrè Romão. Video installazioni, sculture, fotografie e performances ci raccontano il viaggio nella società del “viaggiare liquido”, in cui luoghi esotici, lontani e avventurosi sono a portata di clic, in cui il contatto con altre culture è accessibile, facile, celere. Possiamo vedere una strada o una piazza attraverso una web cam, rintracciare ogni indirizzo con Google map; possiamo essere ovunque, guardare qualsiasi cosa dalla nostra postazione computer e dal nostro Iphone: e allora cosa vuol dire veramente “viaggiare”? A dare una risposta sono questi cinque artisti con le loro opere e con il loro punto di vista. Lo fa Elena Bajo, proiettando un oggetto simile a un meteorite in sala e ricreando uno spazio atemporale che lo spettatore può vivere secondo la propria soggettività; Pedro Neves Marques con “Nothing lasts forever”, ritrae un rematore in barca, in bianco e nero, che continua a remare senza raggiungere mai la meta. Lo slide show di Runo Lagomarsino dal titolo “Contratiempos”, racconta il continente sudamericano prendendo le mosse dall’edificio progettato da Oscar Niemeyer a San Paolo. Andrè Romão e Pedro Neves Marques uniscono il loro talento in quella che forse è l’opera più evocativa: il dialogo di due attori divisi da una parete di plexiglass, richiamo all’usanza dell’antica Grecia di consultare l’oracolo prima di partire per un viaggio. A completare questo percorso di ricerca ci sarà, inoltre, la pubblicazione sul tema, che sarà presentata per il finissage della mostra a settembre.
Terrasonora, tra cuore e tamburi
Categoria Copertina, Musica
La musica folk campana scuote Santa Maria a Vico (Caserta). I Terrasonora, gruppo di musica popolare contemporanea, si sono esibiti in Piazza Aragona nella serata del 17 agosto in occasione della tradizionale festa dell’Assunta. Molto conosciuta in Italia e in Europa, la band vanta un curriculum ricchissimo: vincitrice di concorso Musicultura 2010 (trasmesso il 14 di questo mese su Rai Uno) col brano “Guardame”; un album di successo “Core e Tamburo”, che ha ottenuto, nel 2008, il ″Recommandè Trad Mag Award” dalla rivista francese “Trad Magazin” (Parigi); un nuovo cd bell’e pronto che attende solo di essere prodotto e distribuito. Non si contano, poi, le partecipazioni a rassegne musicali: Afrakà, Rock e Solidarietà, Volpe Show, Movimenti in Libertà, Napoli Parole e Musica, Piazzetta Merola, BengioFestival, ecc. Numerosi i premi di cui i Terrasonora sono stati vincitori; ne citiamo alcuni: vincono — nel maggio del 2000 ― la Prima Edizione del Premio Beniamino Esposito (al teatro Augusteo di Napoli) e il Premio Speciale della Critica, nonché il Premio per la miglior composizione “C.A. Rossi” — nel gennaio 2002 ― al Hit Festival Saint Vincent – International Pop & Ethno Music. Nel 2005, “Suonare a Folkest” (San Donato Val Comino, Fr); l’European Folkontest (Casale Monferrato, Al), nel 2007. Il ritmo coinvolgente e vitale del folk napoletano, entusiasma la critica e il pubblico. A Santa Maria a Vico, Piazza Aragona è gremita. E’un genere musicale quello dei Terrasonora che non può non piacere tanto è pieno di brio; e se all’inizio dell’esibizione qualche ascoltatore più timido si limita a battere il ritmo col piede, alla fine anche questi si ritrova a zompettare… come morso da una tarantola! Ecco l’effetto stupefacente dei Terrasonora e della bella musica del sud. Tanta allegria, certo; ma non solo. Ciò che rende originali e interessanti gli artisti napoletani è il perfetto equilibrio tra passato e presente: le loro composizioni fanno sì riferimento all’antico retaggio musicale popolare, ma nello stesso tempo, i Terrasonora non si esentano dal raccontare la realtà odierna. Da questo assemblaggio, vengono fuori brani come L’America sta ccà, che è stato finalista a “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty 2007″ ― nonchè “Best of Demo 2008″ per la trasmissione radiofonica “Demo” su Radio Rai Uno. Il brano, vivace e a tratti orientaleggiante, è incentrato sul problema attuale dell’immigrazione clandestina. I versi intensi di Guardame, invece, traggono ispirazione dal conflitto israelo-palestinese. Anche dal punto di vista musicale, vi è una perfetta fusione di stili e di ritmi: gli strumenti sono quelli tipici (flauto, tammorra, ciaramella) affiancati da quelli più contemporanei (basso elettrico, tastiere) ― e da altri provenienti da culture esotiche, cajon, darabouka, nay. Altri pezzi eseguiti durante la serata, Ciorta (un’invocazione a Sant’Antuono, spiega al pubblico il musicista Fabio Soriano) e Addà girà ’sta rota, dal sapore scaramantico. Non dimenticano, i Terrasonora di proporre classici del repertorio folk, La rumba degli scugnizzi e La Tamurriata nera, ad esempio; ma anche La gatta cenerentola (Roberto de Simone) o Tarantella (Athanasius Kircher). Molto apprezzata la Tarantell d’a fatic (di Nando Citarella). Sul palco: Antonio Esposito (basso acustico); Gennaro Esposito (chitarre); Raffaele Esposito (tastiere e pianoforte); Francesco Ferrara (voce e castagnette); Gaia Fusco (voce) Antonello Gajulli (percussioni); Fabio Soriano (fiati); Massimiliano Punzo (tecnico del suono). Insieme ai musicisti, anche Antonio d’Ambrosio e Maria Teresa di Stefano per le coreografie. La stampa estera ha parlato molto dei Terrasonora per cui riserva solo parole di lode. Dopo il concerto, non potevo fare a meno di congratularmi con loro e così scambiare qualche parola con Raffaele Esposito (che è anche produttore artistico) e Gennaro Esposito (autore dei brani, oltre che chitarrista).
Qual è la chiave del vostro successo anche al di fuori dell’Italia?
Raffaele Esposito: Io credo sia lo spirito che c’è sul palco, l’energia tutta sua che sprigiona questa musica. E poi, la buona sinergia del gruppo. Suoniamo insieme da diciotto anni. A fondare la band, nel lontano 1992, siamo stati io, Gennaro Esposito e Antonio Esposito. Poi, si sono aggiunti gli altri; comunque siamo insieme da moltissimo tempo. Sai, stranamente, qua in Italia, ci apprezzano più da Roma in su che a Napoli. Per carità, io amo Napoli, è da questa città che viene la musica che faccio, ma riconosco che qui veniamo acclamati meno che in altre parti.
Parlavate di un nuovo album…
R. E. : Sì, ma ora non posso dirti molto, siamo senza produzione.
Interviene Gennaro Esposito: Noi abbiamo una grande caparbietà nel voler suonare insieme. Il primo cd è stato distribuito dal Centro di Cultura Popolare, ma è tutto auto-prodotto.
R. E. : Pensa, arrivati a Musicultura, si sono messi le mani nei capelli quando ci chiesero: «Ma come siete arrivati qua»? E io ho risposto: «Con tre auto!». (Ridiamo).
Beh, però in ogni modo riuscite a mettere su performance come questa a cui abbiamo appena assistito, a prendervi le vostre soddisfazioni, non è male, è gratificante.
R. E. : Ma è anche molto sacrificante. Abbiamo impiegato quasi vent’anni per giungere a Musicultura.
Altri concerti in programma?
G. E. : Il 19 e 20 novembre a Verona e Ravenna.
Intanto che la band si esibisce per l’Italia del nord, aspettiamo speranzosi un nuovo spettacolo dalle nostre parti… perché a noi i Terrasonora so’ piaciuti assaje!
Papà cercasi
Categoria Copertina, Teatro
Il sipario del teatro Mediterraneo si apre su di una scena intrisa di fumo, irrompe il corpo di ballo e l’atmosfera è preludio per quella frenesia che si scatenerà col musical Mamma mi A.A.A. cercasi papà disperatamente presentato dall’associazione Spettacolando e curato da Mauro Di Rosa. Il pensiero va subito a Mamma mia, film con Meryl Streep uscito nel 2008, a sua volta riadattato dal musical di Catherine Johnson. La storia è la stessa: la ventenne Sophi (la convincente Francesca De Lucia) è in procinto di sposarsi con l’amato Sky (Luca Lo Martire), vive su di una piccola isola greca che sul palco rivive attraverso il suono delle cicale e gli interni dell’hotel gestito dalla madre Donna (la bravissima Adelaide Capasso). Un giorno la promessa sposa trova un vecchio diario della madre, e vi scopre la vita sentimentale intensa della donna, che nel periodo precedente alla sua nascita frequentava tre uomini diversi. All’insaputa della madre, decide di invitare i tre presunti papà al matrimonio, sperando che uno di loro possa accompagnarla all’altare. Il fatidico giorno si avvicina e gli invitati iniziano ad arrivare: ci sono le migliori amiche, Ali e Lisa, e le amiche della madre, la titanica Rosie e la stradivorziata Tanya, e arrivano anche i tre candidati alla paternità, ovvero Sam, Harry e Bill (rispettivamente Salvatore Paride, Carmine Gottardo e lo stesso regista Mauro Di Rosa ). Tra canti e balli si consuma questa allegra storia, riportata coloratissima e sfrenata in scena. Tanti personaggi affollano il palco cantando (rigorosamente dal vivo in inglese ed italiano) e dimenandosi, il corpo di ballo fa da contorno e favorisce nel tumulto i cambi scenici e le musiche (curate da Nico Valentino) stemperano i momenti salienti della trama, senza però svelare l’identità del presunto padre (eppure la madre dovrebbe saperlo!). Un finale da ridere si (esilarante la parentesi comica di Pasquale Ioffredo nella parte del prete), ma il sorriso di certo non abbandona mai lo spettatore a cui verrà quasi voglia di scatenarsi e intonare il tormentone Mamma mia, here I go again my, my, how can I resist you.
Abbiamo incontrato il regista del musical Mauro Di Rosa che ha soddisfatto qualche curiosità:
Come nasce l’idea di riadattare la storia di Mamma mia a teatro?
Abbiamo colto l’occasione del fatto che questo musical in Italia non è stato ancora rappresentato, avevamo però i problemi dei diritti, riservati ad una grande casa di produzione americana. Ed ecco quindi il motivo del riadattamento e relativo cambio del titolo in: “MammamiA.A.A: Cercasi papà disperatamente!”
Fate tutti parte di Spettacolando, ci spieghi brevemente i vostri obiettivi e finalità?
L’obiettivo è quello di mettere in scena spettacoli e di creare eventi in cui il centro di tutto sia sempre comunque l’arte in ogni sua espressione, che sia il teatro, la danza, la musica, la pittura e ogni altro genere. Ma sempre e comunque l’arte!
Negli ultimi anni è il musical che va per la maggiore a teatro, o meglio attira più pubblico, come mai questo fenomeno secondo te?
La gente va a teatro soprattutto per non pensare, per svagarsi, e il musical rispetto al teatro di prosa da questa libertà al pubblico. Negli ultimi anni viene data un’idea sbagliata del teatro di prosa, allontanando progressivamente il grande pubblico dalle sale! Il pubblico non è “educato” al teatro, e la spettacolarizzazione di ogni cosa di certo non aiuta ad invertire questa tendenza. Da parte mia sono per il teatro di prosa al quale devo i miei natali artistici!
Alla Madonna di Loreto
Categoria Copertina, Teatro
Le luci si abbassano e all’improvviso gli spettatori del Teatro Civico 14 (Caserta) si trovano scaraventati in una colorata e vivace Napoli del diciottesimo secolo. Siamo nel periodo quaresimale, il palco si popola di figure come truffatori, meretrici, nobiluomini tanto ricchi quanto ingenui. Sono i personaggi usciti dalla fantasia di Antonio Iavazzo, regista di “Alla Madonna di Loreto”, presentata dall’associazione culturale il Colibrì e la compagnia teatrale il Pendolo. Sul palcoscenico, bravissimi attori: Giovanni Arciprete, Monia Cirulli, Giancarlo Colella, Gregorio Corrado, Antonietta Del Prete, Giuseppe De Nubbio, Nunzia Lentino, Vincenzo Nappi, Luca Palmieri, Angela Panico, Michelina Porfidia, Marco Serra. Una commedia spassosa in cui il protagonista è il popolo con la sua fortissima speranza di ascendere, usando qualsiasi mezzo, la scala sociale. Cardella, ex lavandaia e cantante del Teatro Nuovo, è riuscita nell’impresa di sedurre il principe don Clorindo del Cassero. È una donna invidiata dalle altre ancora costrette ad ingegnarsi per scovare un modo che le porti ad una condizione di vita migliore senza troppi sforzi. E per realizzare questa ambizione, gli straccioni danno il via a molteplici travestimenti: la popolana sguaiata e bestemmiatrice non si fa scrupoli nell’indossare un abito da suora pur di chiedere l’elemosina e così “guadagnarsi da vivere”. Le trasformazioni, per le quali i personaggi cambiano continuamente per rimanere comunque sempre uguali a se stessi, sembrano quindi avere un ruolo rilevante: i primi a comparire sulla scena sono due ciechi che chiedono la carità, in realtà, due finti ciechi che spillano soldi muovendo a pietà chiunque capiti loro a tiro. Il più giovane dei due si travestirà da principe al fine di avvicinarsi più facilmente ai facoltosi. Il fatto che sulla scena vi sia anche un en travesti (divertentissimo!) non è sicuramente un caso. Un continuo “teatro nel teatro” attraverso il quale ognuno inconsapevolmente esprime il proprio disagio e la propria voglia di fuga dalla realtà misera che vivono. Metamorfosi frequenti e una completa mescolanza degli stili, specchio della stessa esistenza umana che prevede la contaminazione di sacro e profano, di comico e tragico, diventano mezzo per affrontare tematiche tutt’altro che leggere: la debolezza dell’uomo, la corruzione ecclesiastica (un prete con l’abito talare per metà sbottonato ha appena lasciato una prostituta), la pedofilia (un distinto lord inglese innamorato del principe ragazzino). L’ultima parte è palesemente drammatica: una festa orgiastica culminerà in una scena terrificante e imprevedibile. La colonna sonora che è parte integrante della rappresentazione (gli attori si cimentano, infatti, anche in parti cantate) è opera del maestro Franco Reccia. Ma cosa lega un Settecento napoletano così descritto e il presente? Iavazzo ci risponde: «Molti sono i riferimenti all’attualità: la pedofilia a livello ecclesiastico, se vogliamo. Ma la commedia risulta attuale anche nel continuo capovolgimento dei ruoli: il napoletano stereotipato che diventa crudele, il pezzente che cerca il riscatto sociale dichiarando persino il proprio figlio come finto nobile. Dunque, c’è qui tutta la napoletanità nel bene e nel male. Così come scrivevo nelle note di regia, ci sono scene commoventi nella loro comicità: il capo pezzente espone il principe al bacio dei vari straccioni, in questo modo quasi riscattandosi della povertà che li colpisce. Anche nella leggerezza, ci sono rimandi ai giorni nostri. Il Settecento è solo un pretesto, siamo nell’attualità più stretta».
Torino, Napoli e letteratura
Categoria Copertina, Società

La recente inaugurazione del Salone del Libro di Torino ci ricorda l’esistenza dei libri, di tanti libri; questo però non basta perché guidare i passi dei visitatori in un’ esposizione, non è accompagnare e stimolarne la riflessione. Non sono quindi illegittime le perplessità di quanti si chiedono, come il critico Giulio Ferroni, quale sia il rapporto tra il Salone e la letteratura. Essa è qualità del libro e del lettore, per andare oltre il libro stesso e “incontrare” l’autore ed anche gli altri lettori, al di là di una lettura solo privata. Inoltre l’organizzazione di questi momenti di riflessione è ancor più rilevante quando tende anche a diffondere l’opera di autori, soprattutto stranieri, di gran pregio ma poco distribuiti dall’editoria italiana. Dal 3 al 10 maggio gli Istituti di cultura francese di diverse città italiane hanno organizzato una manifestazione congiunta, l’fff-Festival de la Fiction Française, volta però a ricostruire un quadro della narrativa contemporanea, non semplicemente francese, articolato in generazioni di autori e della quale sono delineati percorsi e tendenze. Così partendo da autori francesi e questioni intorno cui si coagula il romanzo contemporaneo, proporre associazioni con autori italiani supportate da specifici scandagli tematici. A Napoli, presso l’Istituto “Le Grenoble”, i prof. Giuseppe Merlino e Valeria Sperti, la scrittrice Antonella Cilento scoprono per noi un interessante quadro: i prolifici Olivier Rolin e l’italiana Elisabetta Rasy, entrambi della generazione del ’68, nelle cui opere la presenza del tema del Laggiù-Qui, del viaggio, spinge a considerare le dimensioni
spaziali come porte d’accesso alla storia e alla memoria, collettiva e personale (Il cacciatore di leoni, Port-Sudan per Rolin; Memorie di una lettrice notturna, L’ombra della Luna per la Rasy, nel quale al Laggiù della Francia rivoluzionaria si sovrappone, forse, la propria esperienza di donna/letterata in un’Italia a cavallo del processo di emancipazione femminile). Stesso tema lega l’opera di Gilles Leroy, autore dell’acclamatissimo Alabama Song, e il più giovane e napoletano Maurizio Braucci: un Qui che trascende la propria limitatezza, facendo “risorgere” la storia e le piccole figure da essa metabolizzate (Leroy) o sviluppando una più ampia riflessione sulla società e le sue pulsioni profonde (Braucci, che non a caso nell’ultimo romanzo si sposta dal qui di Napoli e provincia al Messico).
È evidente come per questi autori, quasi tutti vissuti nel pieno di trasformazioni importanti, sia la Storia l’urgenza prim
aria: guardarsi indietro, riflettere e darne una rappresentazione sintetica e in questo modo riflettere sul proprio presente; ma anche testimoniare la presenza, l’attualità dei letterati del passato, che significa anche affermazione, sempre meno scontata, dell’irrinunciabilità allo stile. Ulteriore prova ne danno le opere di Sylvie Germain e Melania Mazzucco, Stéphane Audeguy e Luigi Guarnieri riunite dal tema Ieri-Sempre, o del passato rifunzionalizzato: romanzi formalmente eccentrici, in cui domina la suggestione delle immagini, ma soprattutto caratterizzati dalla metastoria (figure,saperi tralasciati dalla storia, o l’arte, la filosofia) che si fa soggetto della storia: Audeguy, nato “dopo le guerre ufficiali del mio paese”, ne La Teoria delle Nuvole attraverso la storia, vera e inventata, della meteorologia ricostruisce la storia dell’osservazione che ha condotto l’uomo a copiare la potenza distruttrice della natura, producendo fumi e nuvole atomiche mai visti prima.
L’”Happy Family” di Salvatores
Categoria Appuntamenti, Cinema, Copertina
Dopo un periodo decisamente dark (Io Non Ho Paura, Quo Vadis Baby, Come Dio Comanda), Gabriele Salvatores torna con un film tragicomico dalle mille sfumature.
Dalla commedia si passa velocemente ad un registro grottesco, dal noir al fiabesco tramite espedienti narrativi metatestuali molto interessanti. Un buon viaggio su una montagna russa architettata per uscire fuori dai canoni standard dell’intrattenimento. Molte citazioni e strizzatine d’occhio, perlopiù a registi moderni. La storia, tratta da un lavoro teatrale di Alessandro Genovesi, ricorda molto i film di Charlie Kaufman, con piani dialogici che si incrociano trasversalmente, tracciando percorsi psicanalitici spesso dimostranti l’inettitudine del pensiero profondo degli esseri umani immersi nella stessa mischia urbana, senza mai toccarsi l’uno con l’altro. Bellissimi excursus della Milano d’oggi, patria concettuale del regista. Le sequenze finali trasudano il Woody Allen di “Harry a Pezzi”. L’impasto di Salvatores ricorda “Il Fantastico Mondo di Amélie”, ma si sbilancia di più, forte delle sue precedenti e riuscitissime sperimentazioni (è uno dei pochi che ha tentato di internazionalizzare efficacemente le pellicole e i plot made in Italy), come “Nirvana”, per citarne uno.
Dell’intenzione di slegare questo lavoro dalla “tradizione” nostrana, ennesima prova è la colonna sonora di Simon&Garfunkel. A proposito di questo il regista ha raccontato che durante una telefonata con gli artisti, questi ultimi hanno timidamente confessato di essere lusingati, trattandosi del secondo film in cui vengono scelti per la colonna sonora, dopo il Laureato.
La pellicola è godibile nella sua novità, felice e banalotta nella storia, e può stancare chi ha sedimentato troppo nella superstizione di “squadra che vince non si cambia”.
Ricordando Giuseppe Patroni Griffi
Categoria Copertina, Teatro
In occasione della messa in scena di Persone naturali e strafottenti con Vladimir Luxuria, Daniele Russo, Maria Luisa Santella e Timothy Martin, al teatro Bellini si è tenuto un interessantissimo Convegno sull’ Opera di Giuseppe Patroni Griffi, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e cinematografico scomparso ormai da 5 anni. Il prof. Pasquale Sabbatino, coordinatore del master in “Letteratura, Scrittura e Critica teatrale” della Federico II, introduce l’incontro lanciando un appello, quello di colmare il vuoto editoriale che c’è intorno all’opera di Patroni Griffi: “c’è poco in commercio rispetto alla sua vasta produzione”. Il prof. introduce gli illustri ospiti del convegno tra cui Giorgio Albertazzi che racconta di essere stato il primo a offrire a Patroni Griffi, che lui chiama affettuosamente Peppino, la sua prima regia teatrale e dimostrò una grande sapienza tecnica. Il prof. Paolo Bosisio, docente di storia del teatro e dello spettacolo e curatore di un’ edizione che raccoglie tutte le opere di Griffi, lo etichetta come “poeta dei giovani”, sottolineando quanto personalità quali Pirandello ed Eduardo De Filippo abbiano fatto ombra a Patroni Griffi, che vanta lo stesso testi di livello alto. Il prof. ricorda i tre elementi che hanno fatto grande il maestro: la parola ovvero l’uso di un italiano raffinato, la musica che ha avuto sempre grande spazio nelle sue opere e la luce usata anch’essa come un linguaggio. Inoltre le sue opere non possono considerarsi realistiche in quanto “non rappresentava storie ma faceva parlare i personaggi”. Commovente la testimonianza di Raffaele La Capria, scrittore e sceneggiatore italiano, che ha condiviso con Patroni Griffi gli anni dell’adolescenza e le prime esperienze romane: entrambi napoletani che hanno guardato alla propria città da lontano. Conclude il convegno un’altra testimonianza toccante, quella di Aldo Terlizzi, il figlio adottivo, che sottolinea quanto sia stato un autore coraggioso e anticonvenzionale, e Persone naturali e strafottenti ne è una chiara dimostrazione. La ciliegina sulla torta c’è stata con la proiezione di un breve filmato tratto dal documentario In memoria di un signore amico realizzato da Rocco Talucci, una sintesi di testimonianze di colleghi e amici del maestro.
Abbiamo incontrato Vladimir Luxuria che in questo spettacolo interpreta il travestito Mariacallàs, a cui abbiamo chiesto di soddisfare qualche curiosità:
Quando questo testo fu rappresentato per la prima volta creò molto scandalo. Come è stato riadattato il testo di Patroni Griffi? Che cosa deve aspettarsi lo spettatore?
“Il regista ha scelto di non edulcorare, di non censurare lo spettacolo e di lasciarlo così com’è sempre stato. È uno spettacolo forte, altro che Quentin Tarantino, c’è sangue, violenza, parolacce, insomma un linguaggio molto crudo, quindi non bisogna aspettarsi lo spettacolo comico e rassicurante. Ci sono alcune scene in cui credo che il pubblico rimarrà abbastanza colpito. Mi auguro però che non ci si fermi solo al momento dello shock ma che segua una riflessione su quello che Patroni Griffi voleva dire”
Chi è il personaggio di Mariacallàs?
Ho riletto la biografia di Maria Callas e ho capito perché Patroni Griffi ha scelto questo nome. Maria Callas non si è mai sentita una donna completamente realizzata, lo stesso dramma lo vive Mariacallàs quando capisce che non troverà un uomo che possa farla sentire una donna sentimentalmente appagata, e allora diventa cattiva, volgare, si imbruttisce.
Cos’ha dato Luxuria a questo personaggio?
Sicuramente tanta amarezza.
Sputa la Gomma
Categoria Copertina, Teatro
Pochi oggetti sul palcoscenico del Sancarluccio: una sedia, un paio di cestini e un pallone da basket. Stasera è di scena Sputa la Gomma di e con Pierpaolo Palladino, regia di Manfredi Rutelli. Un solo attore in scena, un monologo, una storia autobiografica! Che ci fa un attore trentenne in difficoltà economiche in una scuola media romana? È Lorenzo, neo professore di recitazione, che è stato inviato nella periferia romana per dirigere un laboratorio teatrale con ragazzi normodotati e con disabilità. Ragazzini che provengono da famiglie disagiate, poco dialoganti con le istituzioni, piccoli teatranti che hanno bisogno di trovare quella fiducia necessaria per mostrarsi e mettersi in gioco. Il rapporto con i piccoli attori si presenta già da subito difficile, da professore diventa “domatore” di un branco di masticatori di chewing gum e non sarà facile per Lorenzo affrontare le proprie paure e sfatare quelle dei suoi piccoli allievi, insegnare loro ad essere un gruppo, ad avere fiducia gli uni degli altri. Lorenzo andrà alla ricerca di un codice, un modo per comunicare con i ragazzi, per poterli scoprire ogni giorno di più, un linguaggio che permette di poter ascoltare e sentire, di poter continuare quel viaggio che li condurrà al “saggio finale”. E cosa c’è di più vicino a loro, di più romanesco delle poesie del Belli da portare in scena? Apparentemente un monologo, questo spettacolo permette di poter immaginare spazi e di costruire con la fantasia i personaggi che vengono disegnati grazie alla simpatia e alla versatilità di Pierpaolo Palladino. Lo spettatore potrà vedere nella mente i volti dei ragazzi, sentire le loro ansie e simpatizzare con il maldestro insegnante, che da docente finisce per imparare.
Film di Donne
Categoria Copertina, Società
Esiste un modo femminile di fare cinema? È quello che ci si è chiesto con la conclusa rassegna napoletana di film e cortometraggi “Festival Film di Donne 2010”, organizzata dalla Fondazione Rive Mediterranee in collaborazione con il Grenoble, il Goethe Institut e la Mediateca Santa Sofia (9-12 Marzo). … Continua




