12 Baci proibiti

Feb  10
26
di Francesca Bianco  
Categoria Teatro

Gli anni 70 e una provincia napoletana bigotta sono il tempo e il luogo di “12 baci sulla bocca” un testo di Mario Gelardi di scena alla Galleria Toledo per la regia di Giuseppe Miale di Mauro. In un ambiente in cui è più importante l’apparenza e dove essere “diversi” si paga a caro prezzo si consuma la storia di Massimo ed Emilio. Ci troviamo in uno di quei ristoranti per cerimonie, dove la volgarità è di casa, proprietà di Antonio (interpretato dal bravissimo Stefano Meglio) che sta organizzando con premura il matrimonio del fratello Massimo (Andrea Vellotti). Ma l’incontro- scontro di Massimo con Emilio, un lavapiatti omosessuale (interpretato da Francesco di Leva) che sogna di trasferirsi a Londra per essere davvero libero, sarà un rivelatore infausto. La diversità di Massimo si manifesta in maniera appassionata e sulle note di Somebody to love si consuma il loro desiderio: i due si rincorrono, si cercano, si sfiorano e infine si amano spogliandosi di ogni inibizione. Vengono inscenate due omosessualità differenti: quella sfrontata ed esperta di Emilio, e quella timida e inesperta di Massimo, che sceglierà comunque la strada del matrimonio. Ma il paese è piccolo e la gente mormora, all’orecchio di Antonio arriva la notizia dello scandalo a cui dovrà porre rimedio in maniera spicciola. Sulla scena le luci illuminano tre uomini, tre anime, tre caratteri profondamente diversi. La parte del cattivo riesce bene a Stefano Meglio che dipinge con i suoi modi aggressivi un paese e un periodo in cui la diversità non era ammessa, lo stesso periodo in cui moriva Pier Paolo Pasolini, preso a bastonate. Le stesse bastonate riecheggiano in sala, aprono e chiudono la storia e si uniscono a suoni più melodiosi: le bellissime musiche che fanno da colonna sonora ad un amore proibito.

 

Cinema e musica al Lanificio

Feb  10
22
di Roberto Strino  
Categoria Cinema

Nel cuore di Napoli, a due passi da piazza Garibaldi, entrando in un portone di legno con su scritto Lanificio c’è, appunto, il Lanificio 25. Al pari di un Basement newyorchese arredato a loft, il locale ha accolto nel suo grembo, la sera del 21 febbraio 2010, un evento molto pretenzioso, in senso buono, per la quotidianità napoletana. Dopo la conclusione del festival “O’Curt”, è stato proiettato il cortometraggio “Nata iurnata”, della regista francese Sung-A Yoon. La proiezione, durata circa un quarto d’ora, ha narrato del ripetitività delle giornate vissute nel capoluogo campano, che spesso sfociano nella sensazione di vuotezza totale, sentimento espresso appieno dall’abile regia della giovane filmaker.
Il concept e i testi delle immagini sono basati sull’omonima canzone di Svez, rapper napoletano appartenente alla celeberrima crew dei 13bastardi, che dopo i titoli di coda è salito sul palco e si è esibito, marcando ancor di più il potere delle parole di Nata Iurnata, questa volta con un beat aggressivo a metà tra il Dub e l’Hip Hop Old School. Il pubblico ha risposto bene a giudicare dalla folla presente alla proiezione(con caccia alle sedie libere), ma non sono mancati commenti negativi, durante e alla fine del corto. La domanda che sorge spontanea è: possono esistere serate del genere, dove la cultura e il mondano vanno a braccetto, anche se non supportate da un festival o usate come trampolino di lancio di un locale per vendere consumazioni? Il clima della Francia del ‘68, dove i registi salivano sulle uscite art nouveau delle metropolitane e raccoglievano il silenzio degli ascoltatori decantando nuove prospettive filmiche, dove i poeti sbarravano i cancelli delle università ad appoggiare il seme del coinvolgimento sulle bocche dei ragazzi, potrà mai essere visto, nel suo caos genuino, in un altro tempo e in un altro luogo, magari in uno dove il caos non è mai stato genuino, come la città di pulcinella?

Mujeres: tante donne in una

Feb  10
19
di Francesca Bianco  
Categoria Teatro

Una clocharde che cerca tra i rifiuti frammenti di altre vite, di altre donne: è così che si apre Mujeres, lo spettacolo di scena al Sancarluccio presentato dal Cps per il ciclo “Comics- Donne plurali”. Tante donne rivivono attraverso la bravura di Giovanna Bellina e la sua capacità di trasformarsi, un mucchio di cartoni diventano un separé che permette all’attrice di poter operare le più svariate metamorfosi. Ed è così che si alternano in scena: la barbona, l’anziana, la cubista e tanti altri “tipi” di donne. Tutte figure che hanno in comune l’amore, l’attesa, la disillusione e sono governate da un unico filo rosso: la comicità. Già perché per una figura femminile che sparisce dietro il separé, eccone apparirne un’altra ancora più divertente. Una comicità irriverente che coinvolge anche il pubblico, fatta di  pochissime parole ma di tantissimi gesti espressioni e suoni. C’è la suora che offre una versione personalizzata del “corpo di Cristo”, una Giulietta un po’ strampalata e “allucinata” che chiama invano il suo Romeo, una Ginger intenta a pulire casa che “of course” aspetta il suo Fred per cena,e non poteva mancare l’attrice drammatica che nel recitare il suo monologo chiede conferma al pubblico: “Lo sentite il pathos?” strappando sorrisi di approvazione. Mujeres è quindi il percorso artistico di una sola attrice, alle prese con una decina di personaggi femminili. Giovanna Bellina, diretta da Ferruccio Padula, stempera la tecnica del clown americano, appresa dopo anni di collaborazione con Jango Edwards. L’esperienza del comico è ora tutta al femminile. Un universo fatto solo di donne che affollano la scena e si condensano in una sola figura: quella di Giovanna, perché in fondo “è proprio nella solitudine che si può essere tutti”.

Come i gerani

Feb  10
15
di Claudia Barbarino  
Categoria Teatro

Una voce fuori campo, che intona uno stornello napoletano, mette a tacere il bisbiglio in sala. Lo spettacolo ha inizio. Brunella Cappiello, attrice e regista casertana, porta sul palcoscenico del Teatro Civico 14 di Caserta, “Come i gerani”, una piece molto piacevole e divertente. Lo scialle di lana sulle spalle, vestito semplice, capelli legati, l’artista interpreta una signora anziana, una tipica donna di paese, che racconta storie familiari (come quella della sua gita a Posillipo) e popolari (la leggenda del falegname che dal legno di un pero che non dà frutti, ricava una statua di Sant’Antuono che fa miracoli) mettendo in luce la propria vita semplice, fatta di faccende domestiche e di tradizioni religiose. Il balcone rappresenta un importante punto di contatto tra la sua casa dove, ribadisce lei che non ha marito, «fa la regina», e il mondo esterno. È al balcone che la donna, insieme alle sorelle, cuce, recita il rosario e, tra un’Ave Maria e l’altra, ogni tanto butta l’occhio per vedere quello che succede in strada, saluta i passanti, pensa a cosa cucinare. Le “signorine” non scendono neanche per assistere alla processione: possono salutare la Madonna affacciandosi alla ringhiera. Un’esistenza, dunque, che al balcone trova il suo significato, come per i gerani. La donna si occupa dell’educazione della piccola Pupatella, non disdegnando di darle consigli in materia sentimentale. La mette in guardia dai pericoli dell’innamoramento, narrandole storie d’amore tragiche. Ed ecco che con nonchalance, lontani dalle sofisticate critiche letterarie, Giulietta viene definita “ ’na femmina ’nsist”, “ ’na capatosta (una donna insistente, una testa dura) e Romeo “uno babbascione” (uno stupido), due che sono «annegati nelle loro stesse lacrime, perché non sapevano nuotare. Questa è la fine che fanno gli innamorati». Va fiera della sua condizione di nubile, la protagonista: «Mi dovevo sposare per fare da serva a un uomo?» Una donna provvista di forte senso pratico che viene fuori in ogni situazione. Spassosa la scena in cui consiglia di rivolgersi “ad una Madonna qualunque” per le cose di poco conto. Ma per richieste importanti è meglio pregare quella di Lourdes «che è una Madonna che ha peso, e fa pure i miracoli». Anche il pubblico ad un certo punto viene coinvolto: gli spettatori della prima fila possono ritrovarsi a mantenere la cesta coi panni. È una specie di invito a noi appartenenti alla modernità, a non dimenticare quello che siamo stati, a mantenere i contatti con il passato, con un universo genuino, sano, fatto di poche pretese che forse va sempre più estinguendosi; un mondo sul quale Brunella Cappiello, servendosi di un simpatico dialetto italianizzato, ironizza con delicatezza e intelligenza.

La serva padrona

Feb  10
15
di Francesca Bianco  
Categoria Musica

Per festeggiare i 300 anni della nascita di Giovanni Battista Pergolesi l’associazione culturale Area Arte ha presentato al Sancarluccio una singolare messa in scena de La Serva Padrona. Il celebre intermezzo buffo composto su libretto di Gennarantonio Federico ritorna diretto da Rosa Montano e con l’ausilio delle voci di Minni Diodati (soprano-Serpina) e Giusto D’Auria (baritono-Uberto). Accompagnati da l’Ensemble “Le Musiche da Camera”, da anni impegnati nella riscoperta di brani inediti o poco conosciuti di compositori napoletani dei secoli XVII e XVIII, le voci di Serpina e Uberto fanno rivivere questa buffa storiella. Il ricco Uberto ha al suo servizio la bella e furba Serpina che si approfitta della bontà del padrone e lo tiene sotto scacco con i suoi modi prepotenti. Per darle una lezione Uberto decide di prendere moglie, e Serpina si offre come tale, ma Uberto si rifiuta. Serpina riuscirà con l’aiuto del servo Vespone (la vispa figura di Raffaele Raffio) ad avere la meglio e a diventare la padrona. L’intermezzo rivive in chiave moderna, una Serpina vestita con abiti floreali, e un Uberto con indosso la maglia di Braccio di Ferro fanno sorridere il pubblico, se poi a concludere il quadro vi è l’indolente Vespone allora ecco che tutto è ancora più buffo e frizzante. Grandi reti pendono dal soffitto del palco e lasciano nell’ombra i musicisti de l’ensemble (Egidio Mastrominico, Raffaele Tiseo, Vincenzo Bianco e Gianluca Pirro ai violini, Fernando Ciaramella alla viola, Leonardo Massa al violoncello, Ottavio Gaudiano al contrabbasso e Debora Capitanio al clavicembalo) che con i loro strumenti d’epoca accompagnano le voci allietando il pubblico.

La Roccaforte

Feb  10
14
di Angela Marino  
Categoria Arte

Davide Bramante è autore della personale Roccaforte dedicata alle vedute napoletane e messa in mostra dalla Fondazione Morra. Le foto mostrano le diverse facce della città in una sovrapposizione di immagini  realizzata con una interessante operazione di sintesi virtuale. Davide Bramante ha risposto alle nostre domande sulla mostra.

Perché “Roccaforte”?

Perché, considero Napoli una roccaforte, della storia, della cultura, del libero pensiero, dell’arte e del buon vivere. Sono stato spesso in questa città e vi sono molto legato.

La mostra s’intitola “Roccaforte”, ma il sottotitolo: “I Napoletani hanno la loro Napoli e non hanno bisogno d’altro!”  non può non apparire provocatorio…

Nessuna provocazione, anzi sono quasi invidioso così come dovrebbero esserlo tutti! Ho viaggiato molto e nella mia esperienza di viaggio ho osservato che i cittadini delle altre città d’Italia e d’Europa provano un bisogno di evadere, di allontanarsi, di raggiungere altre mete… L’orgoglio dei Napoletani invece, è un sentimento unico, che non ho trovato altrove, quindi Viva Napoli e i napoletani.

Le immagini che propone sembrano manipolate per mezzo della computer-grafica, invece i suoi scatti sono frutto della fotografia analogica: come realizza queste sovrapposizioni con la normale fotografia?

Fotografo in questa maniera da circa tredici anni, quando non esisteva il digitale ne programmi come Photoshop. Non sono un esteta della pellicola, anzi: mi sento menomato rispetto ad altri artisti come pittori e scultori, perché possono manipolare manualmente la materia. La tecnica della sovrapposizione non è una mia invenzione, esiste da sempre, io l’ho solo perfezionata e resa mia. Scatto da quattro a nove volte sullo stesso fotogramma, non mando avanti la pellicola fino a quando non decido che la foto è finita. Carico l’otturatore, facendo un calcolo matematico per cui non brucio il fotogramma. Scelgo le immagini prima, naturalmente, studiandole a lungo – il più delle volte mixo le immagini che sono rappresentative per il “turismo” della città con vedute che vi ho scoperto io, così viene fuori la vera essenza del luogo, di ogni città che visito.

 La sua fotografia sembra molto cinematografica: qual è il suo regista favorito?

Nel corso degli anni così come adesso, ho amato ed amo tantissimo il cinema; tanti sono i registi che mi trasmettono emozioni, negli ultimi anni mi hanno tanto affascinato i films di Wong Kar Wai e Hou Hsiao Hsien entrambi registi dell’area cinese. Il cinema spesso così come alcuni video clip possono esser spunto per  realizzare delle belle opere fotografiche…. Da sempre un bel film come un bel libro sono fonte di ispirazione!

 Il suo soggiorno a Napoli prevede una lezione all’Accademia delle Belle Arti, quali sono i suoi insegnamenti per i giovani futuri artisti?

La mia non sarà una lezione in senso accademico, parlerò di quello che sono, di quello che faccio, di quello che sogno… Dirò loro che, nella professione, ma anche nella vita bisogna studiare e studiare e ancora studiare. Nel mondo dell’arte in particolare, più qualcosa è originale, più farà fatica ad essere acquisito, ma quando lo sarà, il successo sarà certamente assicurato…

 

I Nostri “PARADORES”

Feb  10
12
di Claudia Barbarino  
Categoria Arte

L’ex-convento San Felice ospita “Architettura in mostra – Dimore Storiche in Terra di Lavoro e nel Sannio”, una mostra fotografica i cui promotori sono l’Ente provinciale per il Turismo di Benevento, la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storico-Artistici, Etnoantropologici di Caserta e Benevento, e l’Assessorato alla Cultura della provincia di Benevento. Prima dell’inaugurazione, c’è la conferenza stampa in cui sono intervenuti Giuseppina Gallucci, responsabile ufficio catalogo della soprintendenza; Vega De Martini, curatrice del progetto di allestimento della mostra; Giovanni La Motta, presidente dell’EPT , e Carlo Falato, assessore provinciale alla cultura. De Martini spiega lo scopo dell’iniziativa, cioè la valorizzazione e la conservazione dell’architettura in territorio sannita. L’idea è quella di seguire il modello dei “paradores”, dimore spagnole antiche (conventi, fortezze, castelli) che, consegnate dallo stato ai privati, sono diventati hotel di lusso, provvisti di tutti i comfort e, tiene a sottolineare De Martini, «costosi quanto un nostro hotel a due stelle». Intanto, scorrono diapositive rappresentanti tali edifici che, costruiti in Spagna in epoca lontana, sono stati restaurati e trasformati in strutture perfettamente funzionanti. «Gli Spagnoli, per risaltare la magnificenza dei loro beni architettonici ed incrementare il turismo, hanno pensato a creare tutto ciò già agli inizi del Novecento. Anche noi, avendo dei punti di riferimento forti, come la Soprintendenza e l’Ept, e supportati dalla collaborazione dei privati, possiamo portare avanti tale progetto con successo». Durante la conferenza, viene citato un esempio di come il sodalizio tra pubblico e privato può dare i suoi frutti: i proprietari del Castello di Limatola (Benevento), gli Sgueglia, hanno fatto in modo di ristrutturare e modernizzare l’edificio che ora è sede di mostre ed eventi culturali. Dal canto suo, La Motta risalta l’amore per la sua terra e le sue bellezze: «La Campania non è solo Napoli e la costiera; anche l’entroterra offre le sue meraviglie di cui bisogna saperne apprezzare il valore». Chiarisce che, se anche la situazione economica non è molto favorevole, «bisogna credere in ciò che ci si propone di fare». Quindi, terminata la conferenza, i presenti hanno potuto ammirare la fotografie (provenienti sia dall’ufficio catalogo della soprintendenza sia da privati), in cui i protagonisti sono masserie, roccaforti, palazzi che necessitano di essere ristrutturati così da poter essere offerti alla fruizione del popolo e dei turisti. Tra questi: Masseria Caropeso (secolo XIX , Paduli, Benevento); Palazzo Mondo (secolo XVIII, Capodrise, Caserta); Castello (secolo IX-XII, San Felice a Cancello, Caserta); Palazzo Iazzeolla (secolo XVI-XX, San Giorgio la Molara, Benevento).

Feb  10
11
di Antonio Canitano  
Categoria Scuola

Vogliamoci tanto bene!

Feb  10
10
di Francesca Bianco  
Categoria Copertina

foto di Gilda Valenza

“Dicesi famiglia un nucleo di persone che, accomunate dallo stesso sangue tendono a volersi bene, rimanendo unite sotto lo stesso tetto”. Non è così per Carlo Buccirosso che ripropone al Trianon Viviani l’esilarante commedia Vogliamo tanto bene! Buccirosso (autore del testo e regista) interpreta Mario Buonocore, un impiegato delle poste in malattia da un mese per grave crisi depressiva, che decide di tornare alla casa paterna (abitata ora dalle due sorelle) per poter ritrovare il calore del nucleo familiare. Ma non andrà così! Casa Buonocore è ora governata da Titina (una divertentissima Graziella Marina), la sorella vedova, e da Teresa (Maria Del Monte), la sorella zitella, ma soprattutto da estranei come Ugo, il coattissimo genero di Titina, e Nicola Formisano, un (non proprio integerrimo) ispettore di polizia, ma soprattutto dalla figura di Gioia una commessa di profumeria dai mille segreti che svelerà a Mario gli intrighi familiari che gli sono stati nascosti per anni. Le musiche di Diego Perris  introducono il pubblico nei diversi ambienti della commedia, e grazie a una scena ruotante siamo trasportati nello studio della psichiatra Valeria Perrella che cerca di analizzare Mario, in casa Buonocore, e in vico Monaciello, dove sguazza l’illegalità. Proprio l’analisi di quest’ultimo aspetto caratterizza una commedia che sembrerebbe brillante ed è sicuramente molto comica, ma che in maniera sottile riflette anche sulla realtà odierna: lo spaccio della droga, l’usura, insomma il grave problema della Camorra e dell’omertà. Già perché quando Mario Buonocore si rende conto delle ipocrisie e delle bugie che si celano sotto il tetto familiare decide di congedarsi dai suoi consanguinei chiedendo addirittura una liquidazione! Buccirosso presenta in maniera spassosissima un mondo non troppo lontano dalla realtà ma anche un modello familiare malsano in cui per stare a posto con la coscienza si finge di volersi bene e si è convinti di essere nel giusto anche se si è circondati da immondizia.

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