Sabato, domenica e lunedì

Mag  10
31
di Angela Marino  
Categoria Teatro

Sul palcoscenico del Teatro il Piccolo di Fuorigrotta la compagnia Tribulet, diretta da Daniele Mazzocchi, ha portato in scena “Sabato, domenica e lunedì”, testo in tre atti scritto da Eduardo de Filippo. La commedia, resa famosissima da film omonimo con Luca de Filippo e Sofia Loren, è una fotografia della famiglia, numerosa e patriarcale e vede al centro della scena, Donna Rosa (interpretata da Francesca Bianco), che prepara il rito domenicale del pranzo a  base di maccheroni al ragù e la sua famiglia che le gira intorno, rumorosa e vivace, eccetto Peppino (Antonio Piaggio), suo marito, cupo e pensieroso. Tra i due coniugi c’è, infatti, un’ombra di risentimento, d’insofferenza fatta di piccole tirannie domestiche, di dispetti, di rimbrotta menti, che solo tra le quattro mura di una casa possono diventare offese imperdonabili. Il motivo del malumore reciproco, il pubblico lo scoprirà solo alla fine, dopo, l’atteso pranzo domenicale, luogo di appassionati confronti tra i convitati. Il lunedì, appunto.  Sulla regia della rappresentazione, salutata con entusiasmo dal pubblico, abbiamo rivolto qualche domanda a Daniele Mazzocchi.

Come mai la scelta  di “Sabato domenica e lunedì”?

Volevamo mettere in scena un testo che trattasse dell’incomunicabilità e questo testo di Eduardo ci ha consentito di poter riflettere su come essa veniva intesa nel 1959 e su come ci appare oggi, in un mondo in cui, pur essendo agevolati da ogni tecnologia abbiamo difficoltà a esprimere le nostre emozioni. Questa storia è l’esempio di come, per un incidente banale, una famiglia dall’invidiabile solidità, possa arrivare, senza gli strumenti della comunicazione, al tracollo.

In “Sabato domenica e lunedì” la famiglia è la vera protagonista, nei suoi eccessi e paradossi: pensa che il pubblico possa ancora riconoscersi nella famiglia tradizionale così come è proposta dalla commedia?

Penso proprio di sì: prendiamo l’abitudine del pranzo domenicale in famiglia ad esempio. È qualcosa che ci appartiene ancora, il pubblico può ancora ritrovarsi in quel modello.

Quali sono gli elementi nuovi nella sua reinterpretazione del testo?

Abbiamo apportato qualche cambiamento qua e là per renderla più fruibile al pubblico moderno, lasciando però intatta la struttura narrativa. Non abbiamo tagliato nulla, abbiamo voluto conservare questa bella commedia così com’è.

LA GRANDE BUFALA

Mag  10
29
di Gianni Tortoriello  
Categoria News

Dal 30 maggio al 02 giugno ad Eboli si rinnova per la terza volta l’edizione de “La grande bufala”, appuntamento ormai tradizionale con la mozzarella campana e della cucina mediterranea. L’edizione, organizzata dall’associazione Eboli Sviluppo e patrocinata dalla Regione Campania, dalla Provincia di Salerno, dal Comune di Eboli e da Intertrade azienda speciale della Camera di Commercio di Salerno, in collaborazione con la Confesercenti provinciale, si presenta con un programma denso di iniziative il cui momento fondamentale sarà, l’istituzionalizzazione della Giornata Nazionale della Mozzarella di Bufala Campana Dop (denominazione di origine protetta) valido per gli alimenti le cui peculiari caratteristiche qualitative dipendono essenzialmente o esclusivamente dal territorio in cui vengono prodotte. All’evento partecipa il noto chef ebolitano, Fofò Ferriere, che oltre a proporre il meglio della propria cucina, svelerà i trucchi del proprio mestiere. Tra le novità della manifestazione sarà possibile gustare, oltre i prodotti cucinati freschi che vanno dalla Mozzarella di bufala, dalla Pizza, dalla Carne di bufala e dal Gelato, prodotto con latte di bufala, anche la BU…FALLA FRITTA (mozzarella “fritta”). Nei quattro giorni della manifestazione, in Piazza della Repubblica ad Eboli, sarà aperto un Mercatino del Tipico Salernitano, dove il visitatore potrà avere una conoscenza diretta sia dei prodotti IGT (indicazione geografica tipica) marchio dio origine controllata che identifica i vini da tavola prodotti in determinate aree geografiche sia dai prodotti DOP di origine campana che del singolo produttore e dell’intero territorio, con la sua storia e le sue tradizioni.

Gianfranco Avolio

Ritmo Suono Voce della Natura

Mag  10
25
di Claudia Barbarino  
Categoria Teatro

Il cielo per soffitto e, intorno a noi, alberi al posto delle pareti. E non stiamo parlando della canzone di Gino Paoli, cari lettori. Bensì dello scenario del tutto particolare in cui è stato ambientato l’ultimo lavoro teatrale di Gianluca Masone, attore e regista napoletano, dal titolo Ritmo Suono e Voce… della Natura. In occasione della Festa delle Oasi 2010, l’Associazione Wwf Sannio e l’Oasi “Montagna di Sopra” (Pannarano, Benevento) ha organizzato il 10° Anniversario dell’Oasi di Pannarano. A 1160 metri d’altezza, al Rifugio “Acqua delle Vene” abbiamo potuto assistere alla rappresentazione i cui protagonisti sono stati gli elementi della terra, «I quattro elementi che vanno  a coniugarsi: l’acqua è un’acqua che non spegne il fuoco, e il fuoco è un fuoco che non incendia» ci dichiara il regista. Aria, Acqua, Terra e Fuoco che armonizzandosi creano la natura perfetta e meravigliosa. I testi che ascoltiamo recitare da Masone, e gli attori Michele Annunziata e Ilaria Paggio (della compagnia teatrale, l’Ascolto), sono poesie incentrate sulla natura e la sua esaltazione. Tra i brani proposti, spiccano i versi famosi di Ungaretti (Sereno e Sonnolenza) e quelli di Ignazio Amico (A Bassa Voce) che ben mettono in rilievo la pausa dall’ansia, dalla fretta del quotidiano che la natura sa offrire all’uomo inquieto. Ritmo Suono Voce… della Natura diviene così un connubio assoluto fra teatro e poesia, fra uomo e mondo naturale, come ci chiarisce Gianluca Masone, «Uno spettacolo per unire l’arte teatrale e la letteratura al meraviglioso sfondo culturale dell’oasi del Wwf di Pannarano. Siamo partiti dai ritmi naturali per giungere ai suoni e poi dar voce appunto alla natura così da creare un’atmosfera magica e fiabesca». Ad accompagnare le voci recitanti, le musiche originali di Pasquale e Sara di Matteo.

Informazione e democrazia

Mag  10
25
di Angela Marino  
Categoria Società

In occasione dei vent’anni dalla nascita della redazione napoletana del quotidiano “La Repubblica”, si è svolto al Centro Congressi della Federico II di Napoli l’incontro “Informazione e democrazia. Il caso italiano”.  Ad aprire il dibattito, i saluti del sindaco e del decano Jossa, per poi passare la parola all’ospite principale: il direttore del quotidiano Ezio Mauro, in visita alla redazione napoletana per celebrare l’evento.  Congratulandosi con la famiglia partenopea di Repubblica per il traguardo raggiunto, il direttore ha poi fatto menzione del caso italiano: la legge bavaglio all’informazione.  Nel paese delle intercettazioni e del loro uso più o meno improprio con il conseguente cambiamento del senso della privacy, tale legge impedirebbe alla stampa la divulgazione del materiale che costituisce oggetto di atti giudiziari, dunque: il pubblico sarebbe all’oscuro degli avvenimenti in corso fino alla fine del processo. La domanda sulla quale il direttore ha posto l’accento è: come sia possibile un’opinione pubblica lucida e obiettiva se il pubblico viene privato della conoscenza dei fatti? La conoscenza della realtà senza filtri, ha spiegato il direttore, è l’unico strumento che i cittadini hanno a diposizione per comprendere la propria società – il giornale è l’intelligenza degli avvenimenti – ha detto. In una società in cui internet offre ogni sorta di notizie in un flusso continuo, il giornale, ha il compito di fornire al lettore una bussola, squadernando la notizia in ogni sua faccia, in ogni suo aspetto, fornendo antefatti prevedendo conseguenze, svelando retroscena. Il direttore Mauro ha infine ribadito con forza il diritto del pubblico a essere informato, ma anche  il diritto della stampa,  che nella divulgazione di ciò che avviene giornalmente, senza filtri senza censure, trova la ragione morale del proprio lavoro.

Video Euforica

Mag  10
24
di Claudia Barbarino  
Categoria Musica

Sempre più determinati a farsi spazio nel mondo della musica, i Micro B, band rock emergente di Santa Maria a Vico (Caserta), dopo la registrazione del disco d’esordio Cloni sull’Orlo di una Crisi d’Identità, ecco che sfoggiano il loro primo video, Euforica. Il video clip è stato presentato solo una settimana fa al Soul Express (Cancello, Caserta) e già impazza su you tube: nel giro di pochi giorni ha ricevuto più di tremila visite. La regia è di Alessio Di Zio, “un piccolo genio”, come lo definisce Daniele Ruotolo, front-man del gruppo, visto che ha solo diciassette anni e, oltre ad occuparsi della regia, ha scritto la sceneggiatura e curato il montaggio; la Martina che vedete svegliarsi a suon di musica rock è Alessia Affinita. «La scelta di Euforica è dipesa dall’ispirazione del regista» dice Daniele. «Ha subito pensato al video, a come sarebbe venuto, a tutte le scenografie. E poi comunque crediamo che questa canzone sia uno dei nostri pezzi più diretti, più immediati, da videoclip appunto». Daniele Ruotolo (voce e chitarra), Corrado Ruotolo (basso), Vincenzo “Bissio” Basilicata (chitarra) e Raffaele d’Addio (batteria), armati di talento e di buona volontà, ce l’hanno messa davvero tutta per fare le cose al meglio. «Il video si ispira un po’ al film di Michel Gondry, L’arte del sogno. Appena Alessio mi ha illustrato l’idea è stato subito amore» ci rivela il cantante. «All’inizio non è stato facile spiegare le nostre intenzioni a chi doveva aiutarci. Non tutti hanno capito lo spirito del video, le scenografie di cartone. Ma una volta partiti siamo stati un mese a lavorare duramente, con un entusiasmo incredibile. Decine di persone si sono impegnate per il semplice piacere di darci una mano. Tutti quelli che hanno partecipato, lo hanno fatto in modo del tutto gratuito. E’ stata davvero un’esperienza indescrivibile, sia nelle preparazione sia nei giorni di riprese. Sul set sembrava essere ad una festa, anche se abbiamo veramente lavorato sodo! Il video è venuto proprio come Alessio ed io avevamo immaginato all’inizio, anzi forse anche meglio, tenendo conto che è una produzione più che low-cost!». Le riprese infatti, durate quattro giorni, hanno avuto come location il teatro della chiesa dell’Assunta e la cantina dei fratelli Ruotolo! Daniele & company saranno a giugno all’Hades (Rotondi, Bn), anche se la data è ancora da definire; giovedì mattina, a New radio network 89.8 .  Non ci resta che auguravi una buona visione e un ottimo ascolto!

Irish Session

Mag  10
24
di Claudia Barbarino  
Categoria Musica

Apriamo la porta del Kingston Music Club (Caserta) e troviamo ad accoglierci una deliziosa melodia irlandese. E’ un po’ come entrare in un tipico pub di Dublino in una serata di inverno: luci basse, tavoli di legno scuro, boccali di birra, le note vivaci di un violino che tanto sembra invitare a ballare chiunque lo ascolti che si alternano al suono dolce di un flauto incantatore. Sono gli Ár Meitheal, formatisi un anno fa circa, a creare questa atmosfera così poetica e a proporre pura musica irlandese: jigs (Christy Barry, The Butterfly…), reels (The Cooley’s Reel, The Maid Behind the Bar, The Gravel Work…), hornpipes (The Right of Man, The Boys of Bluehill); slow airs e planxty (come, Women of Ireland). Ecco i membri della band: Alessandro De Carolis: flauto, tin whistle; Luca De Simone: percussioni; Augusto Ferraiuolo: bodhran; Antonio Fraioli: violino; Felice Imperato: chitarra acustica; Francesca Masciandaro(che però era assente, al flauto); Antonio Pascarella: chitarra classica; Carmine Scialla: chitarra battente, mandola, mandolino. Voluti dall’associazione Muma Music Machine, organizzatrice di eventi musicali, gli Ár Meitheal danno vita ad una Irish Session, un incontro durante il quale si suona musica irlandese tradizionale: i musicisti di un gruppo base (gli Ár Meitheal, in questo caso) fanno da guida, chi conosce il brano può inserirsi e suonare con loro. Ne risulta un clima di familiarità, di amicizia, oltre che di buona musica. Non è un caso che Ár Meitheal, in gaelico, significa “il nostro collettivo”. «Nella musica irlandese non si presta mai attenzione al singolo, come nel jazz, ad esempio, in cui si dà spazio all’ improvvisazione. No. Qui la musica è corale, si suona tutti  insieme. Una delle caratteristiche fondamentali di questo stile musicale è l’unisono, quindi tre o quattro strumenti seguono tutti la stessa linea melodica. Non ci sono variazioni, non ci sono improvvisazion; c’è il rispetto della forma e delle basi», ci spiega Augusto Ferraiuolo, che suona il bodhran (tamburo tipico della musica irlandese popolare, ndr). «La nostra vuole essere una riproposta del genere musicale irlandese. Non cerchiamo la professionalità, ma tentiamo di raggiungere un contesto informale, come stasera che sembrava tutto familiare». Aggiunge Alessandro de Carolis, flautista. È con loro che continua la nostra conversazione.

Siete tutti di Caserta?

AUGUSTO FERRAIUOLO:  Sì, tranne Antonio Fraioli che è napoletano.

Come vi siete avvicinati ad un tipo di musica che non è popolarissimo dalle nostre parti?

ALESSANDRO DE CAROLIS: Io l’ho sempre adorata. Posso dire solo questo.

A.F. La mia esperienza di vita è un po’ particolare: vivo sei mesi l’anno a Boston e i mesi restanti qua a Caserta. Boston è una città parecchio irlandese. Lì ho iniziato a suonare questa musica cinque, sei anni fa nei pub, dove si organizzavano le sessions come quella di stasera. Prevedendo un ritorno in Italia in maniera più o meno definitiva ho pensato di coinvolgere in un progetto musicale le persone che reputavo adatte; non dico “adatte” dal punto di vista della qualità tecnica, anche se ci tengo a sottolineare che quelli che hanno suonato qua stasera sono ad un livello tecnico alto,  ma è soprattutto una questione di spirito, di quello che viene fuori mentre si suona.

Quindi è lei che ha messo insieme il gruppo?

A.F. Diciamo che io ho lanciato la palla. Non c’è un capogruppo, comunque. Il nome che portiamo, infatti, richiama il collettivo. Ho dato l’idea, ecco, ma di base c’è sempre una certa coralità.

È stato difficile trovare musicisti che fossero appassionati di questo genere e quindi disposti a suonarlo?

A.D.C. Beh, secondo me siamo stati fortunati, perché il gruppo è nato in maniera molto intima, molto amicale, eravamo tutti amici che condividevamo la passione per questa musica.

A.F. Quello che dici tu è vero. Qua in Italia la musica irlandese non è diffusa; ma siamo noi l’eccezione, nel senso che dovunque vai al mondo, da Tokio a Buenos Aires, da Boston a Parigi trovi posti dove si suona l’ irlandese.

A.D.C. Il sud e la Campania, in particolar modo, sono prive di tale cultura musicale. Nel nord invece è già più conosciuta. Evidentemente perché esistono contesti di matrice celtica, non propriamente irlandese.

A parte tutto il patrimonio popolare musicale irlandese, ci sono degli autori a cui vi ispirate?

A.D.C. Direi, i Danù ci hanno influenzato profondamente.

A.F. E poi, non si possono non citare i Chieftains.

Gli strumenti che utilizzate sono quelli tradizionali, chiaramente.

A.D.C. Ma non solo. C’è una caratteristica: abbiamo inserito tra gli strumenti la chitarra battente che è delle nostre zone,  però dal punto di vista della sonorità lo troviamo idoneo ad una session irlandese. La musica irlandese è sempre stata molto aperta a vari stili, integrati e resi caratteristici del patrimonio musicale di quel paese. E quindi pensiamo che l’aggiunta di una chitarra battente sia molto in tema con questo aspetto che più che musicale, è umano e sociale.

Perché la gente dovrebbe venire ad ascoltare questa musica?

A.F. Si viene alle sessions per divertirsi e bere birra. Per i musicisti esterni, poi, saper suonare o meno è quasi un dettaglio: l’importante è stare bene insieme. Ovvio che la situazione concerto è diversa, il setting è più formale, si pensa di più all’estetica musicale. E poi perché siamo troppo bravi! (ride).

E noi siamo d’accordo! Se vi siete persi la serata nordica dai contorni fiabeschi, no problem, folks! Gli Ár Meitheal sono al Kingston ogni due giovedì. Il 29 maggio si esibiranno a Santa Maria Capua Vetere (Ce); quest’estate parteciperanno al Festival di Musica Etnica di Summonte (Av).

Napoli Film Festival in arrivo

Mag  10
24
di Francesca Bianco  
Categoria News

È partito sabato 8 maggio, il primo passo del Napoli Film Festival 2010 che si svolgerà dal 5 all’11 giugno a Castel Sant’Elmo, ovvero la maratona di produzione cinematografica Schermo Napoli Quick che, dopo la prima edizione sperimentale del 2009, vedrà in gara dieci giovani registi campani. Nell’arco di 50 ore le troupe iscritte hanno realizzato un cortometraggio della durata di 5’, affrontando tutte le fasi del processo di creazione cinematografica. La sezione quest’anno ha messo alla prova i giovani autori su un tema comune, il Museo del ‘900 a Napoli che è stato inaugurato da poche settimane nelle sale del carcere alto di Castel Sant’Elmo. I registi hanno scelto una delle opere esposte nelle sale del museo, e dall’arte hanno tratto l’ispirazione per la scrittura della sceneggiatura, la realizzazione delle riprese e il montaggio. Dopo aver visitato il museo i partecipanti sono stati abbinati per sorteggio a una citazione tratta da un film della tradizione cinematografica campana. I cortometraggi realizzati verranno poi mostrati durante il Napoli Film Festival e, in seguito, alla libreria Fnac di Napoli. Assisteremo quindi a Inestricabile, cortometraggio realizzato da Marinella Ioime, e a Festa di Maurizio Petti, seguiranno Art.1 di Enrico Morabito e L’audizione di Nenè di Fabiola Catapano. Per finire poi con Five Times Smile Plus One, Senza Titolo e Rumore, rispettivamente di Loris Arduino, Enzo Pizza e Antonio Avossa. Tutti traggono spunto da un’opera esposta al museo, si va da La Matassa di Francesco Galante a Festa Festa Festa di Luciano Caruso passando per La scultura di Luigi Mainolfi. Ognuno inoltre ha una citazione in abbinamento, si passa così dalla frase pronunciata da Marcello Mastroianni a Massimo Troisi “Abbiamo parlato di tutto per non parlare di niente”(Che ora è di Ettore Scola 1989) fino a quella recitata dal principe della risata in Tototruffa “Lo so dovrei lavorare invece che cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro”. Al migliore andrà una targa e il premio Vip Edizioni Grafiche.

Papà cercasi

Mag  10
18
di Francesca Bianco  
Categoria Copertina, Teatro

Il sipario del teatro Mediterraneo si apre su di una scena intrisa di fumo, irrompe il corpo di ballo e l’atmosfera è preludio per quella frenesia che si scatenerà col musical Mamma mi A.A.A. cercasi papà disperatamente presentato dall’associazione Spettacolando e curato da Mauro Di Rosa. Il pensiero va subito a Mamma mia, film con Meryl Streep uscito nel 2008, a sua volta riadattato dal musical di Catherine Johnson. La storia è la stessa: la ventenne Sophi (la convincente Francesca De Lucia) è in procinto di sposarsi con l’amato Sky (Luca Lo Martire), vive su di una piccola isola greca che sul palco rivive attraverso il suono delle cicale e gli interni dell’hotel gestito dalla madre Donna (la bravissima Adelaide Capasso). Un giorno la promessa sposa trova un vecchio diario della madre, e vi scopre la vita sentimentale intensa della donna, che nel periodo precedente alla sua nascita frequentava tre uomini diversi. All’insaputa della madre, decide di invitare i tre presunti papà al matrimonio, sperando che uno di loro possa accompagnarla all’altare. Il fatidico giorno si avvicina e gli invitati iniziano ad arrivare: ci sono le migliori amiche, Ali e Lisa, e le amiche della madre, la titanica Rosie e la stradivorziata Tanya, e arrivano anche i tre candidati alla paternità, ovvero Sam, Harry e Bill (rispettivamente Salvatore Paride, Carmine Gottardo e lo stesso regista Mauro Di Rosa ). Tra canti e balli si consuma questa allegra storia, riportata coloratissima e sfrenata in scena. Tanti personaggi affollano il palco cantando (rigorosamente dal vivo in inglese ed italiano) e dimenandosi, il corpo di ballo fa da contorno e favorisce nel tumulto i cambi scenici e le musiche (curate da Nico Valentino) stemperano i momenti salienti della trama, senza però svelare l’identità del presunto padre (eppure la madre dovrebbe saperlo!). Un finale da ridere si (esilarante la parentesi comica di Pasquale Ioffredo nella parte del prete), ma il sorriso di certo non abbandona mai lo spettatore a cui verrà quasi voglia di scatenarsi e intonare il tormentone Mamma mia, here I go again my, my, how can I resist you.

Abbiamo incontrato il regista del musical Mauro Di Rosa che ha soddisfatto qualche curiosità:

Come nasce l’idea di riadattare la storia di Mamma mia a teatro?

Abbiamo colto l’occasione del fatto che questo musical in Italia non è stato ancora rappresentato, avevamo però i problemi dei diritti, riservati ad una grande casa di produzione americana. Ed ecco quindi il motivo del riadattamento e relativo cambio del titolo in: “MammamiA.A.A: Cercasi papà disperatamente!”

Fate tutti parte di Spettacolando, ci spieghi brevemente i vostri obiettivi e finalità?

L’obiettivo è quello di mettere in scena spettacoli e di creare eventi in cui il centro di tutto sia sempre comunque l’arte in ogni sua espressione, che sia il teatro, la danza, la musica, la pittura e ogni altro genere. Ma sempre e comunque l’arte!

Negli ultimi anni è il musical che va per la maggiore a teatro, o meglio attira più pubblico, come mai questo fenomeno secondo te?

La gente va a teatro soprattutto per non pensare, per svagarsi, e il musical rispetto al teatro di prosa da questa libertà al pubblico. Negli ultimi anni viene data un’idea sbagliata del teatro di prosa, allontanando progressivamente il grande pubblico dalle sale! Il pubblico non è “educato” al teatro, e la spettacolarizzazione di ogni cosa di certo non aiuta ad invertire questa tendenza. Da parte mia sono per il teatro di prosa al quale devo i miei natali artistici!

Alla Madonna di Loreto

Mag  10
18
di Claudia Barbarino  
Categoria Copertina, Teatro

Le luci si abbassano e all’improvviso gli spettatori del Teatro Civico 14 (Caserta) si trovano scaraventati in una colorata e vivace Napoli del diciottesimo secolo. Siamo nel periodo quaresimale, il palco si popola di figure come truffatori, meretrici, nobiluomini tanto ricchi quanto ingenui. Sono i personaggi usciti dalla fantasia di Antonio Iavazzo, regista di “Alla Madonna di Loreto”, presentata dall’associazione culturale il Colibrì e la compagnia teatrale il Pendolo. Sul palcoscenico, bravissimi attori: Giovanni Arciprete, Monia Cirulli, Giancarlo Colella, Gregorio Corrado, Antonietta Del Prete, Giuseppe De Nubbio, Nunzia Lentino, Vincenzo Nappi, Luca Palmieri, Angela Panico, Michelina Porfidia, Marco Serra. Una commedia spassosa in cui il protagonista è il popolo con la sua fortissima speranza di ascendere, usando qualsiasi mezzo, la scala sociale. Cardella, ex lavandaia e cantante del Teatro Nuovo, è riuscita nell’impresa di sedurre il principe don Clorindo del Cassero. È una donna invidiata dalle altre ancora costrette ad ingegnarsi per scovare un modo che le porti ad una condizione di vita migliore senza troppi sforzi. E per realizzare questa ambizione, gli straccioni danno il via a molteplici travestimenti: la popolana sguaiata e bestemmiatrice non si fa scrupoli nell’indossare un abito da suora pur di chiedere l’elemosina e così “guadagnarsi da vivere”. Le trasformazioni, per le quali i personaggi cambiano continuamente per rimanere comunque sempre uguali a se stessi, sembrano quindi avere un ruolo rilevante: i primi a comparire sulla scena sono due ciechi che chiedono la carità, in realtà, due finti ciechi che spillano soldi muovendo a pietà chiunque capiti loro a tiro. Il più giovane dei due si travestirà da principe al fine di avvicinarsi più facilmente ai facoltosi. Il fatto che sulla scena vi sia anche un en travesti (divertentissimo!) non è sicuramente un caso. Un continuo “teatro nel teatro” attraverso il quale ognuno inconsapevolmente esprime il proprio disagio e la propria voglia di fuga dalla realtà misera che vivono. Metamorfosi frequenti e una completa mescolanza degli stili, specchio della stessa esistenza umana che prevede la contaminazione di sacro e profano, di comico e tragico, diventano mezzo per affrontare tematiche tutt’altro che leggere: la debolezza dell’uomo, la corruzione ecclesiastica (un prete con l’abito talare per metà sbottonato ha appena lasciato una prostituta), la pedofilia (un distinto lord inglese innamorato del principe ragazzino). L’ultima parte è palesemente drammatica: una festa orgiastica culminerà in una scena terrificante e imprevedibile. La colonna sonora che è parte integrante della rappresentazione (gli attori si cimentano, infatti, anche in parti cantate) è opera del maestro Franco Reccia. Ma cosa lega un Settecento napoletano così descritto e il presente? Iavazzo ci risponde: «Molti sono i riferimenti all’attualità: la pedofilia a livello ecclesiastico, se vogliamo. Ma la commedia risulta attuale anche nel continuo capovolgimento dei ruoli: il napoletano stereotipato che diventa crudele, il pezzente che  cerca il riscatto sociale dichiarando persino il proprio figlio come finto nobile. Dunque, c’è qui tutta la napoletanità nel bene e nel male. Così come scrivevo nelle note di regia, ci sono scene commoventi nella loro comicità: il capo pezzente espone il principe al bacio dei vari straccioni, in questo modo quasi riscattandosi della povertà che li colpisce. Anche nella leggerezza, ci sono rimandi ai giorni nostri. Il Settecento è solo un pretesto, siamo nell’attualità più stretta».

La Notte Dei Musei

Mag  10
17
di Gianni Tortoriello  
Categoria News

La notte del 15-16 maggio 2010 dalle 20:00 alle 2:00 l’arte, la cultura, la storia è stata nuovamente in primo piano con l’evento “La Notte dei Musei” un’iniziativa gemellata con la Nuit des Musees francese. All’evento che ha previsto l’ingresso gratuito nei musei ed aree archeologiche in orario serale e notturno, ha aderito anche il museo del Palazzo Reale di Napoli. Nella serata d’arte i visitatori hanno avuto accedesso alle numerose stanze adibite a museo del Palazzo Reale che fu costruito nel 1600 per ospitare il re di Spagna Filippo III, negli anni fu residenza dei re di casa Borbone e dopo l’unità d’Italia della casa Savoia. All’appartamento Reale si accede dallo scalone d’onore arricchito da una balaustrata di marmo bianco intagliato e da marmi bianchi e rosati che culmina con quattro enormi statue che rappresentano la Giustizia, la Prudenza, la Clemenza e la Fortezza. Lo stesso è composto da trenta sale tra le quali la Sala del Teatrino di corte in cui si possono ammirare le dodici statue in cartapesta dello scultore Angelo Viva raffiguranti Apollo, Minerva, Mercurio e le nove Muse; la sala del trono in cui spicca il trono in legno dorato con i leoni di stile Impero sotto i braccioli con il soffitto raffigurante gli stemmi e le insegne delle provincie province del Regno: Molise, Abruzzo, Citra e Abruzzo Ultra, Terra di Livorno, Principato Ultra, Capitanata, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria e Calabria Citeriore; con Napoli e la Sicilia rappresentate dagli stemmi del cavallo e della Trinacria, al centro, contornati dalle onorificenze borboniche; la Sala diplomatica (Anticamera di Sua Maestà), in cui si ospitavano le delegazioni diplomatiche ricevute poi nella Sala del Trono. La sala si presenta tappezzata di lampasso rosso ed è arricchita da mobili neo-barocchi ed arazzi raffiguranti il Fuoco e l’Aria, al soffitto è dipinta “l’Allegoria delle Virtù Di Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia” e le “Allegorie dei Continenti” in onore delle nozze del nuovo re.

Gianfranco Avolio

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