La Memoria al Goethe

Feb  10
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di Marilisa Belli  
Categoria Società

La tavola rotonda “Essere ebrei, essere tedeschi” è stata la seconda delle iniziative programmate dal Goethe Institut di Napoli per la Giornata della memoria (27 gennaio), in collaborazione con l’università Suor Orsola Benincasa, e ha visto la partecipazione della docente dell’ateneo Paola Paumgardhen e di importanti figure della germanistica come Marino Freschi e Roberta Ascarelli. Il tema, quello della sintesi di ebraismo e cultura tedesca prima, e nonostante, la Shoah può apparire, forse, un po’ accademico, distante dalla nostra realtà, a meno di intenderlo come una delle declinazioni possibili di quel superiore desiderio dell’uomo all’emancipazione, all’accettazione, alla libertà. La vicenda ebraica può essere considerata, quindi, come una parabola, una storia di speranza, fiducia e tradimento che vogliamo vedere però non ancora conclusa, perché ancora aperte sono tante “storie” d’oggi. Marino Freschi ci racconta come ad inizio ‘800 l’emancipazione degli ebrei fosse in sostanza avvenuta (grazie alla potente spinta liberale della Rivoluzione)in una Germania dai fondamentalismi smorzati e dove, grazie a Goethe, a Lessing e alla loro apertura, la cultura aveva recuperato questa componente ghettizzata della società e gli intellettuali ebrei si fecero veri e propri promotori della cultura tedesca: “nell’800 il pensare un qualcosa come quella accaduta un secolo dopo, avrebbe generato una grande incredulità”. È da qui allora, da questa grande partecipazione degli intellettuali ebrei alla produzione culturale (che pure era figlia di un cambiamento, di una “laicizzazione” di quanti abbandonavano l’ottica del riconoscimento entro la comunità-ghetto per la comunità culturale) che deriva il senso di grande tradimento. E non si deve pensare che tutto ciò riguardi solo una realtà geografica distante: questa storia è davvero storia di tutti. È Roberta Ascarelli, napoletana ma pisana d’adozione, a portare proprio un po’ di napoletanità in questa storia. Anche perché, come lei stessa sostiene, la Shoah va analizzata razionalmente e le giornate della memoria sono una ritualità che non aiutano; sono giornate dedicate ad internati e sopravvissuti, che la modernità ha eletto a propri eroi: eroi che ricordano il male ad una mondo che il male lo esorcizza in ogni modo. A fronte di ciò ci sono solo le loro storie, e la Ascarelli racconta la sua: quella del nonno, Giorgio Ascarelli, fondatore nel 1926 della squadra, allora denominata Calcio Napoli, e di uno stadio (l’Ascarelli poi distrutto dai bombardamenti). Una famiglia amata (i funerali del nonno nel ’30 suscitarono una viva partecipazione popolare) ma che subì il timoroso isolamento, le leggi razziali e la prigionia. Vittime tra le vittime che il caso, forse, ha voluto salvare: “mio padre non è stato deportato, non è morto ma, forse, non ne valeva la pena”.

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