Un eroe volante

29 Aprile, 2010 di Francesca Bianco  
Categoria Teatro

Un’intera sala ricoperta di volantini, sulle poltrone, sul palco, sembrano un tutt’uno con  il  pavimento dell’Auditorium del teatro Bellini. Su ognuno vi si legge: “Roma, anno VIII dal delitto Matteotti. Chiunque tu sia, tu certo imprechi contro il fascismo e ne senti tutta la servile vergogna. Ma anche tu sei responsabile con la tua inerzia”. Gli stessi volantini, nel numero di 400.000 la sera del 3 ottobre del 1931 sono stati lanciati su Roma da un piccolo aereo guidato da un grande uomo, un poeta, Il Poeta volante. È con questo titolo che l’associazione omonima presenta lo spettacolo scritto e diretto da Angelo Ruta, nell’ambito della rassegna Nuovi Sentieri Sguardo Contemporaneo. Uno spettacolo che vede un solo attore in scena: il bravissimo Pietro Pignatelli che ci narra con un monologo a più voci il coraggio di un uomo dimenticato dalla storia, ovvero l’intellettuale antifascista Lauro De Bosis. L’attore parte dal ricordo di Esterina, un’anziana donna che ha vissuto bambina quella notte del 3 ottobre, vide il poeta volante che sembrava tagliare i palazzi di Roma tanto volava basso, e conserva ancora come una reliquia uno dei volantini piovuti dal cielo. E con un crescendo si va dal presente al passato per tornare di nuovo al passato, tra musiche e video dell’epoca che con tanta suggestione accompagnano l’interpretazione di Pignatelli e scandiscono i salti temporali. Serpeggia l’inerzia di un’Italia assopita da dieci anni di regime e il silenzio di un re che si fregia solo dei suoi titoli. La stessa inerzia che De Bosis voleva combattere. Così la sera del 3 ottobre del 1931 decollò da Marignane verso Roma con un piccolo aereo, lui inesperto pilota, dopo aver compiuto la sua missione su Roma, a corto di carburante sprofondò nel Tirreno, come Icaro le sue ali si sciolsero e il poeta volante si addormentò cullato dalle onde. Una storia vera, bella, che impressiona a saperla quasi dimenticata. Il coraggio di un uomo che ha lottato per la libertà perché (come recita Pignatelli nel suo monologo) “era convinto che senza la libertà di coscienza non c’è poesia…E lui era un poeta”.

 

Radio Hamlet

19 Aprile, 2010 di Francesca Bianco  
Categoria Teatro

Immaginate un regista, solo, seduto sul palco a bere e fumare, un uomo di teatro abbandonato dai suoi attori, attirati da ingaggi più retributivi, aggiungeteci il dubbio amletico dell’essere e del non essere, del poltrire e del darsi da fare, del fare teatro per passione o per ricevere consensi, avrete ottenuto l’esordio di Radio Hamlet Studio #3 I study. I work, I play alone, spettacolo di scena all’Auditorium del Bellini per la rassegna Nuovi Sentieri Sguardo Contemporaneo. Lo spettacolo presentato da Italians EdM’08 e ATS Spazio Zero – Teatro dei Cantieri si è aggiudicato la menzione speciale premio Dante Cappelletti ed è stato realizzato dal palermitano Giuseppe Provinzano, che solo in scena tra i costumi che penzolano, ha spogliato il più classico dei plot per rivestirlo di altro, smembrando il testo e isolandone i protagonisti con lo sguardo sempre rivolto alla lezione di Heiner Muller, il drammaturgo di Hamletmaschine. I vari personaggi shakespeariani si susseguono sul palco tramite la singola figura di  Provinzano, si va da Laerte a Polonio passando per Orazio. Intanto giungono dalle quinte le voci radiofoniche di Amleto e della regina madre, quest’ultima è l’interprete della lussuria in una messa in scena imbevuta di erotismo e di critica al sistema. Amleto una volta ascoltato dal fantasma del padre il motivo della sua morte realizza l’inganno di suo zio e approfittando di una compagnia di saltimbanchi fa recitare la scena dell’avvelenamento del padre provocando turbamento sul volto del re. Il teatro nel teatro si trasforma qui in un teatro di pupazzi, quelli che rappresentano il re e la regina e che Provinzano fa ballare sulle note di La coppia più bella del mondo, e il pensiero va subito a chi si sente pungolato dalla colpa. Doveva esserci anche un atto successivo, ma come può continuare un dramma se il teatro non riesce più ad aprire le menti?

Sono diventato etero!

17 Marzo, 2010 di Francesca Bianco  
Categoria Teatro

L’amore di una mamma si sa non conosce confini, spesso si fa soffocante e opprimente, ma quello di Isabella per il proprio figlio Marco travalica i confini dell’inverosimile. Che colpo al cuore per lei scoprire che Marco, gay da sempre, accettato da tutti, si sia riscoperto eterosessuale, e innamorato per giunta di una donna! Non può sopportare l’idea di una nuora, un’altra donna nel cuore del suo bambino! L’operazione “Salvare Marco” che dovrà riportare il figlio sulla “retta via” dell’omosessualità è solo apparentemente il motore di Sono diventato etero, commedia musicale scritta e diretta da Lorenzo De Feo presentata dall’Associazione culturale Millelire  per la rassegna Nuovi Sentieri Sguardo Contemporaneo. Per l’occasione il palco dell’Auditorium del Bellini è stato allestito con una scenografia semplice (curata da Filippo Paris), un unico ambiente, la casa di Marco dove si svolgono i fatti e dove mamma Isabella ha deciso di trasferirsi insieme al migliore amico di Marco, Dodo, di questo segretamente innamorato. Gli attori creano un ritmo incalzante e la commedia è piena di colpi di scena, segreti mai svelati, giochi di spionaggio che renderanno intricata la vicenda, il tutto però si scioglierà in un finale a sorpresa che lascia il pubblico meravigliato. Susanna Cantelmo è perfetta nel suo ruolo di madre-padrona consumata da un amore troppo egoistico, è forse la sintesi di tante mamme di oggi. Alessandro Cassoni è in fondo un figlio che si ribella alla dittatura materna, un gay modello che con la sua ultima battuta lascia il pubblico di stucco. Antonio Lupi è Dodo l’amico che sta prima da una parte e poi dall’altra, disposto a mentire per amicizia, il classico gay innamorato dell’amore. Se poi alla bravura recitativa degli attori si accompagna quella canora allora il risultato è di certo apprezzabile. Le canzoni allegre ed orecchiabili sono state composte per l’occasione da Loriana Lana e vengono cucite addosso ai personaggi in modo da esaltarne le ragioni sentimentali. Uno spettacolo a metà tra la commedia dell’equivoco e quella musicale, che pur nella sua apparente paradossalità ha molto di realistico.