Il vuoto di Aspettando Godot

20 Aprile, 2010 di Francesca Bianco  
Categoria Teatro

Il palco del teatro Mercadante si espande fino a metà della platea trasformandosi in un letamaio, sullo sfondo un albero privo di foglie (reso con l’essenzialità di una scala), regna il silenzio e l’attesa. Il teatro è spoglio e basta a se stesso in occasione della messa in scena di Aspettando Godot, testo di Samuel Beckett, regia di Francesco Saponaro, una produzione del Teatro Stabile di Napoli, in scena fino al 9 maggio. Una scelta di lunga tenitura per il teatro che aveva aperto la stagione con La Tempesta di Shakespeare e la conclude con il capolavoro di Beckett. Entrambi i testi sono accomunati dal senso di vuoto, l’isola de La Tempesta vedeva i protagonisti girare in tondo, allo stesso modo Vladimiro ed Estragone (anche Didi e Gogo)  sembrano girare a vuoto in una spirale temporale, si perdono in discorsi spesso apparentemente privi di senso, aspettano un tale Godot, il quale  manda a dire che non verrà quel giorno ma sicuramente il giorno successivo ci sarà. Intanto i protagonisti incontrano due uomini: Pozzo, crudele ricco, che si presenta come proprietario della terra dove Didi e Gogo aspettano e che tiene al guinzaglio il suo schiavo Lucky (interpretato egregiamente da Fabio Bussotti), forse l’intellettuale tenuto a bada? Nel secondo atto i due si ritrovano nello stesso luogo e quell’albero spoglio si ricopre improvvisamente di foglie, il tempo è passato, ricordano appena Pozzo e Lucky, meditano di separarsi o di uccidersi e intanto restano bloccati, ancora in quel luogo, ancora in quel tempo a consumare il loro destino di aspettare Godot. La scrittura beckettiana apre la mente a terribili enigmi: il senso della vita, l’assurdità dell’uomo, i rapporti che ci legano (vedi la coppia padrone –schiavo di Pozzo e Lucky) e tanti ancora. Il vuoto, il senso di smarrimento, l’eterno vagare come in un incubo regnano in questo capolavoro riportato in scena grazie alla bravura di Giovanni Ludeno, Peppino Mazzotta ed Elia Schilton. Tante le possibili interpretazioni, ma di certo una sola la verità: questo testo ci parla dell’umanità tutta, dell’assurdità della vita, dell’eterno attendere, non importa cosa, non importa chi.

Cinema Moralia: visioni del contemporaneo

14 Marzo, 2010 di Francesca Bianco  
Categoria News

Da lunedì 15 marzo parte la rassegna internazionale di film e video d’autore dal titolo Cinema Moralia, promossa dal Teatro Stabile di Napoli in collaborazione con Stellafilm e Galleria Toledo. La rassegna offrirà allo spettatore anteprime, film inediti e rari, installazioni, montaggi d’autore, notti a tema e film domenicali con brunch, e adopererà  gli spazi del Cinema Modernissimo e della Galleria Toledo. La tematica che lega il tutto è l’opera di Shakespeare e Beckett, considerati nostri contemporanei, a cui tra l’altro è dedicata gran parte della stagione teatrale del Teatro Stabile di Napoli. Bruno Roberti, curatore della rassegna, sottolinea che “si sono scelti determinati lavori che tendono ad incanalare Shakespeare e Beckett in una tensione morale di cui oggi si sente il bisogno”. Ad inaugurare la kermesse sarà il film “Beket” presentato in anteprima al Festival di Locarno 2008, altro appuntamento importante il 29 marzo dove alla Galleria Toledo vi sarà un omaggio al regista lettone Herz Frank, e ancora il 26 aprile con una rivisitazione di Sogno di una notte di mezza estate, a cura del regista cileno Raul Ruiz e tante altre iniziative e serate. Tre mesi all’insegna di visioni, esperienze, riflessioni morali sul cinismo dei nostri tempi, con uno sguardo tutto nuovo alle opere di Beckett e Shakespeare, e con la proiezione di film totalmente inediti come Le Streghe di Jean Marie Straub e Les Prisonniers de Beckett di Mishka Saal. Vi sarà inoltre un omaggio al maestro Leo De Berardinis con un montaggio video che mostra le prove di un Re Lear e la proiezione di quella sua personalissima rivisitazione dell’Amleto, dal titolo Totò principe di Danimarca. Una novità significativa è quella di sfruttare la domenica mattina con l’iniziativa Shakespeare a colazione, dove tra un brunch e un Romeo e Giulietta si può passare una mattinata insolita. Per gli appassionati shakespeariani e beckettiani si prospettano mesi ricchi, altalenanti in un continuo gioco tra cinema e teatro.

Riccardo ama Riccardo

2 Febbraio, 2010 di Claudia Barbarino  
Categoria Teatro

Riccardo duca di Gloucester è solo. Solo sulla scena a fare i conti con se stesso e le sue malefatte. Così Oscar de Summa, giovane e capacissimo attore e regista, presenta il Riccardo III, tratto dall’omonimo dramma storico di Shakespeare, al Teatro civico di Caserta. «Coscienza codarda, perché mi tormenti?» Le sue parole sono scandite dai rintocchi del bastone che sostiene il suo corpo menomato. Per lui, che è zoppo e storpio, a corte non c’è posto: «Io deforme, truffato dalla maligna natura, io non posso». Lui non può. E per questo, soffre e invidia. È ossessionato dall’idea di possedere la corona che gli permetterà finalmente di vivere la vita che vuole. Brama la corona, e per ottenerla non si esenta dal mettere in atto una serie di crimini orrendi. Elimina il fratello maggiore, Giorgio, duca di Clarence. L’altro fratello, Edoardo IV re d’Inghilterra, saputa la notizia della fine di Giorgio, muore di crepacuore. Fa uccidere il ciambellano di corte, lord Hastings. Non ha pietà nemmeno dei nipotini, eredi al trono. È un Riccardo consumato dalla passione e dal desiderio di indossare la corona che, finalmente, riesce ad ottenere. E dopo i nemici, sarà il turno dei fidati a perire sotto il colpo delle sue pazzie. De Summa mette sulla scena i dialoghi fittizi con gli altri personaggi della tragedia. Con Buckingham, ad esempio, che lo ha supportato nella sua scalata al potere. Ottima la pensata del regista e attore di tentare di sdrammatizzare. «Posso chiamarti Bucky?», chiede confidenzialmente Riccardo al suo complice. O il leale luogotenente Ratcliff sembra quasi fare da spalla in una scenetta comica durante la stesura di una lettera da parte di Riccardo alla madre: lo spietato futuro re d’Inghilterra gioca sull’uso della punteggiatura, citando, dunque, la famosa scena della lettera di Totò e Peppino. Grazie alla sua bravura, De Summa passa dal tono ilare a quello tragico con velocità e fluidità. E il discorso è ancora incentrato sulla malvagità del protagonista che alla fine è divorato dai rimorsi di coscienza. I battiti di una campana a morto fanno da sottofondo agli incubi di re Riccardo popolati da tutti quelli a cui ha inflitto dolore. È un uomo, ora, debole, che invoca aiuto, che vuole fuggire da se stesso. E’ una creatura disperata e tormentata che non ha fatto altro che amare la sua stessa persona. «Riccardo ama Riccardo» dirà in preda al delirio. In sogno gli viene predetta la tragica fine. Il re, infatti, cadrà per mano di Richmond durante la battaglia di Bosworth. Le luci e le ombre rendono l’atmosfera particolarmente grave. «E’ la coscienza che ci rende vivi», recita ancora il re, prima che le luci si spengano su di lui. Sulla scena c’è Riccardo, che incarna l’umanità, molto spesso, vittima di se stessa. Il pubblico, costituito per la maggior parte da giovani, ha risposto con applausi calorosi: al genio di William Shakespeare e alla straordinaria performance di Oscar de Summa.

Macbeth: la tragedia del potere

29 Gennaio, 2010 di Francesca Bianco  
Categoria Copertina

Polvere rossa sul palcoscenico del Mercadante, fumo denso, atmosfere inquietanti a trascinare il pubblico nel delirio di Macbeth. Forse la tragedia più cruenta di Shakespeare, dove non c’è un’ombra di bene, riproposta da Gabriele Lavia con una patina nuova, fattezze moderne (come pistole e divise militari risalenti alla seconda guerra mondiale) ma uguale follia e crudeltà. Macbeth, già barone di Glamis, riceve la profezia di tre streghe che lo salutano con il titolo di barone di Cawdor e con il titolo di futuro re. Avverata la prima profezia, e nominato da re Duncan barone di Cawdor, Macbeth si convince della necessità della seconda e per accorciare i tempi, spinto dalla spietatissima moglie Lady Macbeth (artefice del meschino piano), uccide il re e perderà per sempre il sonno. Ma come lo stesso Macbeth ammette “il sangue chiama sempre altro sangue”. Le streghe avevano predetto a Banquo la nascita di una dinastia di re dalla sua stirpe e ciò spinge Macbeth a macchiarsi di un altro delitto. La sete del potere logora la spietata coppia e il rimorso, la continua sensazione di instabilità della corona li farà sprofondare nel baratro della follia. È un Macbeth bambinesco quello interpretato da Lavia, che si ferma a riflettere prima di commettere i più atroci delitti, consumato dal risentimento, vinto da allucinazioni si lascia andare a comportamenti folli, le sue parole sono vuote. La stessa follia consumerà anche Lady Macbeth, la crudeltà fatta persona (interpretata dalla giovane attrice Giovanna Di Rauso, Premio Hystrio 1999), intenta a pulire quella macchiolina di sangue dalle mani, alone indelebile. Il pubblico è affascinato e terrorizzato allo stesso tempo: sensazioni fortemente richiamate dalla scrittura shakesperiana e dall’ottima recitazione proposta in scena.

La Tempesta al Mercadante

9 Novembre, 2009 di Francesca Bianco  
Categoria Teatro

Il teatro Stabile di Napoli inaugura la stagione teatrale 2009/2010 con la penultima e forse più importante opera shakespeariana. La Tempesta è stata messa in scena con la regia di Andrea De Rosa e una compagnia eccellente capitanata dal Prospero- Umberto Orsini. In una scena azzerata, dove un finto tappeto di sabbia richiama alla mente l’isola intrisa di magia in cui è stato relegato l’ex duca di Milano con la figlia Miranda, si alternano le vicende dei naufraghi resi pazzi dalla sete di vendetta di Prospero. Questi ordina allo spirito Ariele (misteriosa figura che arriva in scena dall’alto incantando il pubblico) di far uso delle sue arti magiche per creare spavento tra i suoi vecchi nemici. Spavento che si trasforma in pazzia. Pazzia che parla il napoletano, che fa cantare, danzare e che crea situazioni comiche spezzando il ritmo profondo di una commedia dai problematici interrogativi. Lo spettatore è portato per mano attraverso il passato ed il presente, richiamato dalle suggestioni dei suoni della tempesta che tutto distrugge ma che riporta il sereno. Ed è proprio un’atmosfera di quiete che si respira nell’epilogo quando Prospero decide di liberarsi della sua magia. Epilogo in cui il personaggio e l’attore Umberto sembrano incontrarsi e confondersi per chiedere l’ultima battuta. Il testo propone riflessioni sulla vita, sulla magia, sulla natura stessa degli uomini, poiché “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” e la nostra vera esistenza è come quella che si vive in un sogno. L’intimo messaggio lasciatoci da Shakespeare e la bravura nell’interpretarlo tengono il pubblico con lo sguardo ipnotizzato verso il palco per un’ora e mezza, minuti in cui il tempo per lo spettatore sembra fermarsi.